Da qualche mese penso quasi continuamente all’intelligenza artificiale.
La uso per programmare, scrivere, analizzare, cercare errori, organizzare informazioni e fare in poche ore lavori che prima avrebbero richiesto giorni. È una collaboratrice instancabile, non chiede ferie, non si ammala e non manda messaggi alle 7.42 del mattino per sapere se “abbiamo novità”.
Il problema è che, nonostante tutto questo, non sto necessariamente lavorando meno.
Sto facendo più cose.
Se un’attività che richiedeva otto ore ora ne richiede quattro, le quattro ore liberate non diventano tempo libero. Diventano un altro progetto, altre due funzionalità, una revisione in più, tre idee che fino a ieri non avrei avuto il tempo di inseguire.
L’efficienza non ha alleggerito la giornata. Ha aumentato la quantità di giornata che riesco a stipare dentro la giornata.
E comincio a essere stanco di considerare questo risultato inevitabile.
Il tempo risparmiato non scompare
Ogni tecnologia che promette di farci risparmiare tempo arriva accompagnata da una curiosa clausola non scritta: il tempo risparmiato deve essere immediatamente restituito al lavoro.
La posta elettronica avrebbe dovuto velocizzare la comunicazione. Ora riceviamo messaggi a qualsiasi ora e ci sentiamo in ritardo se non rispondiamo entro la successiva rotazione terrestre.
Lo smartphone avrebbe dovuto permetterci di lavorare ovunque. La frase conteneva già il problema, ma eravamo troppo affascinati dallo schermo per accorgercene.
L’automazione avrebbe dovuto eliminare le attività ripetitive. Molto spesso ha eliminato le pause tra un’attività e l’altra.
Adesso arriva l’AI, capace di comprimere ore di lavoro in minuti, e la prima domanda che ci facciamo è: quante cose in più possiamo produrre?
Forse dovremmo provare a farcene un’altra.
Quante ore in meno possiamo lavorare?
Non è soltanto una sensazione
Le ricerche disponibili non raccontano ancora una rivoluzione uniforme. Raccontano però un potenziale concreto.
Un’indagine OCSE del 2025 sulle piccole e medie imprese che utilizzano AI generativa rileva che il 32,7% dichiara una riduzione del carico di lavoro, mentre l’11,8% segnala un aumento. Tra le attività composte da una sola persona, quelle in cui chi decide come usare il tempo coincide con chi lavora, la quota che riferisce un carico minore sale al 36,4%.
Non è una prova che l’AI ci libererà. È la prova che può alleggerire il lavoro, ma che il risultato dipende da come viene organizzata.
La stessa OCSE invita a non confondere i risultati spettacolari ottenuti su singoli compiti con la riduzione dell’intera settimana lavorativa. Le stime disponibili indicano risparmi medi equivalenti al 2,8-5,4% delle ore complessive tra gli utilizzatori, perché l’AI non è applicabile a ogni attività e non viene usata per tutta la giornata.
Anche questo dato, apparentemente meno cinematografico, è enorme.
Il 5% di una settimana da quaranta ore sono due ore. Cento ore all’anno. Più di dodici giornate lavorative restituite a una persona, senza attendere robot senzienti o colonie su Marte.
Nel 2026, una ricerca della Banca d’Italia sulle imprese italiane con almeno cinquanta addetti ha associato l’adozione dell’AI a maggiore produttività del lavoro e redditività, senza rilevare effetti negativi sull’occupazione complessiva. È un segnale positivo, ma lascia aperta la questione politica e organizzativa più importante: dove finiscono quei guadagni?
Nel margine dell’impresa? In prezzi più bassi? In una produzione maggiore? Oppure anche nel tempo di chi lavora?
La tecnologia non decide. Lo decidiamo noi, oppure lasciamo che lo decida l’abitudine.
Abbiamo già fatto questa discussione
L’orario di lavoro non è una legge naturale. Non è stato consegnato all’umanità insieme alla gravità e alle zanzare.
È il risultato di conflitti, contratti, innovazioni e scelte politiche.
All’inizio del Novecento, in Italia, i primi interventi riguardavano soprattutto il lavoro di donne e minori. Nel 1923 arrivò il limite generale delle otto ore al giorno o quarantotto alla settimana. Sei giorni da otto ore: una conquista enorme rispetto alle giornate industriali precedenti, non certo una vacanza.
Poi, per diversi decenni, il riferimento rimase quello.
Secondo una ricostruzione storica del Senato, all’inizio del 1961 circa il 93% dell’occupazione industriale aveva ancora un regime contrattuale di quarantotto ore settimanali. I rinnovi del 1962-1963 portarono molte categorie verso le quarantaquattro ore. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta arrivarono poi le quaranta ore e il sabato libero.
La generalizzazione contrattuale delle quaranta ore, normalmente distribuite su cinque giorni, poteva considerarsi sostanzialmente conclusa già nel 1973.
La legge arrivò molto dopo: nel 1997 fissò l’orario normale in quaranta ore settimanali, consentendo ai contratti collettivi di stabilirne uno inferiore. Il decreto legislativo del 2003 confermò le quaranta ore e disciplinò anche riposi e durata massima media, che comprese le ore straordinarie non può normalmente superare quarantotto ore.
In altre parole, siamo passati da sei giorni e quarantotto ore a cinque giorni e quaranta ore attraverso un processo durato mezzo secolo.
Poi ci siamo fermati.
Da quando la settimana di quaranta ore si è diffusa sono trascorsi più di cinquant’anni. Nel frattempo abbiamo sostituito le macchine da scrivere con computer collegati a quasi tutta la conoscenza umana, automatizzato fabbriche e uffici, spostato dati alla velocità della luce e costruito software che scrive altro software.
Ma il contenitore temporale del lavoro è rimasto sorprendentemente simile.
Cinque giorni. Otto ore. Come se la tecnologia dovesse cambiare tutto tranne il tempo che le consegniamo.
L’AI può peggiorare il lavoro
Non c’è nessuna garanzia che l’intelligenza artificiale riduca il carico.
Può fare esattamente il contrario.
Se prima una persona preparava due proposte in una settimana e ora può prepararne cinque, l’organizzazione può concludere che da quel momento cinque sia il minimo accettabile. Dopo qualche mese diventa sei. Poi arriva uno strumento migliore e diventano otto.
Il guadagno di produttività viene assorbito dal nuovo standard. L’eccezione tecnologica diventa la normalità organizzativa, senza che stipendio, autonomia o tempo libero cambino di un millimetro.
L’OCSE avverte che un’implementazione sbagliata dell’AI può aumentare l’intensità del lavoro e ridurre l’autonomia. È facile capire come: più controllo, più misurazione, più attività, aspettative più veloci e nessuna vera possibilità di disconnettersi.
Anche per chi lavora in proprio il pericolo è evidente.
L’AI lavora per me e con me. Non prende una percentuale sul fatturato e, almeno per ora, non pretende un ufficio con vista. Se grazie a lei riesco a produrre lo stesso valore in metà del tempo e il compenso rimane uguale, ho davanti due possibilità.
Posso dimezzare il tempo.
Oppure posso raddoppiare i clienti, i problemi, le scadenze e la quantità di persone convinte che una modifica urgente alle 18.57 costituisca un fenomeno naturale inevitabile.
I clienti tossici esistono, naturalmente. Ma non possiamo attribuire tutto a loro. A volte siamo noi a trasformare ogni spazio liberato in altra disponibilità da vendere.
La settimana corta non è quattro giornate lunghe
Ridurre l’orario non significa comprimere quaranta ore in quattro giorni e arrivare al giovedì sera con la capacità cognitiva di un tostapane.
Significa ridurre davvero il tempo lavorato, mantenendo per quanto possibile retribuzione e risultati.
Le evidenze sulla settimana corta sono ancora in costruzione e molti studi riguardano organizzazioni che hanno scelto volontariamente di partecipare, quindi non vanno trasformati in una religione. Ma i risultati sono abbastanza solidi da meritare esperimenti seri.
Uno studio pubblicato nel 2025 su Nature Human Behaviour ha analizzato 2.896 lavoratori in 141 organizzazioni di sei paesi durante sperimentazioni della settimana di quattro giorni senza riduzione dello stipendio. Rispetto a dodici aziende di controllo, sono migliorati burnout, soddisfazione lavorativa, salute mentale e salute fisica.
Non significa che ogni ospedale, fabbrica, negozio o studio professionale possa chiudere il venerdì. I servizi continui richiedono turnazioni, più personale e modelli differenti. Ridurre l’orario delle persone non equivale necessariamente a ridurre l’orario del servizio.
Significa però che lavorare meno non è un capriccio incompatibile con qualsiasi organizzazione efficiente.
Una proposta: il dividendo di tempo
La mia proposta non è aspettare una legge perfetta o un’improvvisa conversione morale del capitalismo.
È introdurre un principio semplice: una parte misurabile dei guadagni prodotti dall’AI deve tornare alle persone sotto forma di tempo.
Chiamiamolo dividendo di tempo.
Potrebbe funzionare così.
1. Misurare prima di promettere
Per tre mesi si registrano ore impiegate, quantità di lavoro, qualità, errori, tempi di risposta e straordinari. Non per sorvegliare le persone, ma per costruire una situazione di partenza credibile.
Poi si introducono gli strumenti di AI sulle attività adatte e si misura nuovamente.
Se lo stesso risultato richiede meno tempo, quel risparmio esiste. Non può essere dichiarato invisibile soltanto perché nel frattempo abbiamo aggiunto altre sette mansioni.
2. Restituire almeno metà del guadagno
Almeno il 50% delle ore effettivamente risparmiate dovrebbe diventare riduzione dell’orario a parità di retribuzione.
L’altra metà può sostenere qualità, formazione, capacità produttiva e margine aziendale. Non è la rivoluzione bolscevica del calendario: è una divisione ragionevole del beneficio tra capitale e lavoro.
Se l’AI libera quattro ore alla settimana, due tornano subito alla persona. Le altre due possono essere investite. A ogni nuova verifica, il dividendo cresce o viene corretto sulla base dei risultati reali.
3. Puntare a 32 ore, senza intensificarle
L’obiettivo dovrebbe essere una sperimentazione di sei mesi verso una settimana di trentadue ore, oppure una riduzione graduale a trentasei, trentaquattro e infine trentadue.
La condizione fondamentale è che non si trasformi in cinque giorni di ansia concentrati in quattro. Vanno eliminati lavoro inutile, riunioni decorative, duplicazioni, reperibilità informale e produzione che esiste soltanto perché ormai possiamo produrla.
4. Misurare anche ciò che non fattura subito
Una sperimentazione non va giudicata soltanto sul numero di consegne.
Contano errori, assenze, turnover, qualità, soddisfazione dei clienti, energia delle persone e capacità di mantenere i risultati nel tempo. Un’organizzazione che produce uguale consumando meno chi ci lavora è più efficiente, anche se questa efficienza non compare immediatamente in una cella verde del foglio Excel.
5. Per chi lavora in proprio: chiudere il rubinetto
Per freelance e piccoli studi la regola può essere ancora più concreta: fissare un tetto settimanale di ore o giornate e non riempire automaticamente lo spazio liberato.
Il prezzo deve riflettere il valore e la responsabilità del lavoro, non il numero di movimenti del mouse necessari per produrlo.
Se prima un progetto richiedeva cento ore e oggi ne richiede cinquanta, il suo valore per il cliente non si è necessariamente dimezzato. Sono aumentate l’esperienza, l’organizzazione e la capacità tecnica che permettono di realizzarlo meglio e più velocemente.
Il guadagno può rimanere uguale. Il tempo lavorato no.
Non dobbiamo guadagnarci altro lavoro
Per centocinquant’anni abbiamo raccontato il progresso tecnologico come una liberazione dalla fatica.
Poi, ogni volta che il progresso è arrivato, gli abbiamo chiesto soprattutto di aumentare la produzione.
L’intelligenza artificiale ci mette davanti a questa contraddizione in modo quasi imbarazzante. Una macchina può affiancarci nel lavoro cognitivo, occuparsi di parti ripetitive, accelerare analisi e realizzazione. È esattamente il tipo di strumento che dovrebbe permetterci di riprendere la discussione sul tempo.
Invece rischiamo di usarla per rispondere a più email, accettare più incarichi, partecipare a più progetti e arrivare esausti a una pensione che nel frattempo si è allontanata di altri tre aggiornamenti software.
La crociata che mi interessa non è contro l’AI.
È contro l’idea che ogni incremento di produttività debba diventare automaticamente un incremento del carico.
Non voglio che l’intelligenza artificiale mi aiuti a fare in otto ore quello che prima ne richiedeva sedici, per poi consegnarmi altre otto ore di lavoro.
Voglio che mi aiuti a fare in quattro ore ciò che prima ne richiedeva otto.
E che le altre quattro tornino a essere vita.
Fonti e approfondimenti
- Senato della Repubblica — ricostruzione storica della disciplina dell’orario di lavoro
- Legge 24 giugno 1997, n. 196, articolo 13 — orario normale di 40 ore
- Decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66 — organizzazione dell’orario di lavoro
- OCSE — Generative AI and the SME Workforce
- Banca d’Italia — L’impatto economico dell’adozione dell’intelligenza artificiale
- OCSE — AI, intensità del lavoro e qualità dell’occupazione
- Nature Human Behaviour — riduzione dell’orario e settimana di quattro giorni