Negli ultimi mesi mi è successa una cosa che, per un uomo della mia età professionale, è insieme esaltante e poco dignitosa: ho sbloccato i superpoteri.
Non volo, non vedo attraverso i muri e continuo a non ricordare dove ho messo le chiavi. Però riesco a produrre in pochi giorni software che fino a poco tempo fa mi avrebbe richiesto mesi. Considerando che lavoro con i computer, è il genere di superpotere che non impressiona molto i bambini ma fa una certa presa sui preventivi.
Lavoro con l'intelligenza artificiale praticamente dagli albori, dove per “albori” intendo naturalmente il momento in cui è diventata abbastanza utile da poter essere sfruttata senza dover leggere troppi articoli su quanto avrebbe cambiato il mondo.
All'inizio il rapporto era chiaro e rassicurante. Io sviluppavo siti e, quando incontravo qualcosa di particolarmente ostico, chiedevo aiuto all'AI. Oppure le affidavo i lavori ripetitivi: quelli che un tempo si assegnavano al giovane collaboratore e che oggi, essendo spesso il giovane collaboratore irreperibile perché giustamente fa un lavoro migliore del nostro, si assegnano a una macchina.
Era un assistente. Molto bravo, sempre disponibile, mai infastidito e soprattutto incapace di dire: «Questa cosa non era nel brief».
Poi abbiamo cominciato a lavorare in parallelo. Io sviluppavo una parte del progetto e lei un'altra. Era come avere un collega instancabile, con l'unica piccola anomalia che il collega abitava dentro il terminale e ogni tanto sosteneva con assoluta sicurezza che una funzione inesistente fosse perfettamente documentata.
La produttività era praticamente raddoppiata. Anche il numero di cose da controllare era raddoppiato, ma questo dettaglio era meno emozionante e quindi tendevo a non raccontarlo.
Circa 1 anno fa è cominciata una nuova fase. Ho iniziato a delegare all'AI anche le parti complesse, soprattutto quelle che mi avrebbero richiesto giorni o settimane di studio: nuove librerie, linguaggi sconosciuti, tecnologie esoteriche frequentate da diciannovenni finlandesi che scrivono documentazione dando per scontate nozioni che io non possiedo dal 1998.
A quel punto il mio lavoro era diventato per il 30% sviluppo diretto e per il 70% coordinamento dell'intelligenza artificiale.
Mi stavo trasformando in una specie di project manager dell'AI. Una promozione, almeno secondo LinkedIn. Secondo me, invece, stavo diventando quello che in cantiere indica un punto lontano e dice: «Lì ci andrebbe una parete», sperando che qualcuno sappia come costruirla.
Negli ultimi tre o quattro mesi, però, è successo qualcosa di diverso.
Con strumenti come ChatGPT Work e soprattutto Codex da terminale, la parete non viene più soltanto costruita. Qualcuno ordina i materiali, sposta i mobili, verifica che il muro sia dritto e, se non lo è, apre un ticket contro sé stesso e lo corregge.
L'AI può leggere e modificare file, installare strumenti, eseguire comandi, scrivere software, provarlo, analizzare gli errori, correggerli, gestire servizi e orchestrare processi interi.
Su Linux, dove qualunque cosa può essere automatizzata purché si sia disposti a perdere una domenica per capire come, l'effetto è impressionante. Quella domenica adesso la perde lei.
Mi sembra di essere Iron Man con Jarvis.
Solo che invece di costruire armature costruisco gestionali, bot Telegram e sistemi per generare PDF. Il pianeta può stare tranquillo, ma l'amministrazione aziendale è in grave pericolo.
Non sono più nemmeno un project manager. Mi sento un direttore d'orchestra: decido cosa deve succedere e gli strumenti suonano. Non so sempre leggere tutte le partiture, ma muovo le braccia con crescente autorevolezza.
Mi viene un'idea, la descrivo, discutiamo l'architettura e cominciamo a costruirla.
Il limite non è più, o non è sempre, quanto sono bravo a programmare. È quello che riesco a immaginare. Una prospettiva grandiosa che ha anche un inconveniente: rende improvvisamente evidente la qualità della mia immaginazione.
Per capire la scala del cambiamento, ho sviluppato in un paio di settimane un progetto web che due anni fa avrebbe richiesto nove o dodici mesi. Non una landing page con tre fotografie di persone serene davanti a un laptop, ma un progetto con logica, funzioni e abbastanza occasioni di guasto da poter essere considerato software vero.
Per i parametri di qualche anno fa è fantascienza. Per quelli del mese prossimo, probabilmente, sarà il tutorial introduttivo.
Io vengo dal web design e dallo sviluppo web: PHP, JavaScript, CSS, HTML. È il mio ambiente. Conosco i rumori, so dove sono gli interruttori e, quando qualcosa prende fuoco, riconosco almeno l'odore.
Ora sviluppo anche in ambiti dei quali non so quasi nulla.
Ho cominciato con Python senza preoccuparmi troppo di impararlo. All'inizio provavo un certo senso di colpa, come quando si usa il traduttore automatico fingendo di sapere l'inglese. Poi il senso di colpa è passato. Python è rimasto.
Infine ho smesso di chiedermi quale linguaggio servisse per realizzare un'idea. Può essere Python, Bash, una libreria dal nome di animale o una tecnologia annunciata martedì e già considerata obsoleta venerdì. Io spiego cosa voglio ottenere, discutiamo l'architettura e l'AI si occupa di gran parte dell'implementazione.
Così, quasi per gioco, ho messo in piedi un numero poco responsabile di progetti.
Sono partito da bre.ve.it, poi ho sviluppato pdf.bre.ve.it e da lì una colonia di microservizi web che preferisco non elencare, anche per non dover ricordare su quale macchina girano.
Poi sono arrivati i bot Telegram.
Ne ho sviluppati tre, ognuno con compiti diversi.
Uno si occupa di trading di criptovalute. È ancora in fase di sviluppo e test: analizza il mercato, elabora strategie e dovrebbe decidere quando comprare o vendere. Ho quindi affidato del denaro virtuale a un software scritto con l'aiuto di un altro software. Mi sembrava il modo più moderno possibile di perdere soldi.
Un secondo bot fa il segretario personale e gestisce le mie caselle email. Legge, classifica, separa i messaggi importanti dalla spazzatura, mi avvisa su Telegram e può preparare una risposta.
Invece di aprire continuamente cinque caselle di posta, ricevo un messaggio che dice: «È arrivata una cosa importante. Vuoi rispondere?». È un enorme progresso tecnologico che mi consente di rimandare le risposte con molta più efficienza.
Poi ho creato un bot condiviso con mia moglie per parlare con eMule sul computer di casa. Siamo fuori, cerchiamo qualcosa, gli diciamo cosa scaricare e lui provvede. Nel 2026 ho usato l'intelligenza artificiale più avanzata della storia per impartire ordini a eMule. Il futuro, come spesso accade, ha una forte nostalgia degli anni Duemila.
Ci sono inoltre piccoli servizi che controllano pagine web e mi avvisano quando cambia qualcosa. Uno monitora i bandi universitari che mi interessano. Al posto mio visita periodicamente siti pubblici costruiti per mettere alla prova la determinazione umana e mi segnala novità o cambiamenti di stato.
Prima avrei dovuto svolgere queste attività a mano oppure studiare, sviluppare e mantenere per settimane software dedicato. Adesso, molto spesso, basta un'idea sufficientemente chiara.
Ed è qui che arriva la parte meno allegra.
Perché questa possibilità, oltre a entusiasmarmi, comincia a farmi una paura pazzesca.
Il primo problema è quasi ridicolo.
Avete presente One Punch Man? Saitama è talmente potente che nessun avversario riesce più a metterlo alla prova. Vince tutto con un pugno e ha perso il gusto del combattimento.
Comincio a capire come si sente, con la sola differenza che lui può distruggere una montagna e io posso configurare automaticamente un server. A ciascuno il suo universo narrativo.
Fino a poco tempo fa una delle cose che amavo del mio lavoro era incontrare un problema, studiarlo, sperimentare, sbatterci la testa e infine trovare una soluzione. La soddisfazione nasceva anche dalla fatica, benché durante la fatica io sostenessi il contrario con parole non pubblicabili.
Ora quella fase rischia di scomparire.
Mi viene un'idea, la passo all'AI e lei la realizza. A volte non faccio nemmeno in tempo a capire davvero il problema. Non devo necessariamente imparare una tecnologia per usarla né comprendere fino in fondo ogni meccanismo per ottenere un risultato.
Per una persona che ha sempre trovato piacere nello smontare, capire e costruire le cose è un paradosso considerevole.
Ho più possibilità creative di quante ne abbia mai avute, ma rischio di perdere proprio la parte del processo che mi divertiva di più.
È come ricevere una cucina capace di preparare qualunque piatto pronunciandone il nome e scoprire che quello che ci piaceva davvero era tagliare le cipolle. Anche se, mentre le tagliavamo, piangevamo.
Poi c'è un secondo problema, meno sentimentale e forse più serio.
Questa potenza non rimarrà nelle mani di chi ha passato vent'anni a sviluppare software. La barriera d'ingresso si sta abbassando a una velocità impressionante. Sempre più persone potranno realizzare cose molto complesse senza conoscere le tecnologie sottostanti.
Da una parte è meraviglioso. Possibilità prima riservate a pochi diventano accessibili a molti.
Dall'altra stanno comparendo persone che, dopo una conversazione con ChatGPT, si sentono autorizzate a spiegare a un professionista come dovrebbe lavorare. È un fenomeno antico: una volta bastava leggere un articolo. Ora l'articolo risponde anche alle domande, e dunque il senso di onniscienza arriva più rapidamente.
Arriveranno inoltre software e funzioni costruiti dall'AI che qualcuno pretenderà di integrare in sistemi esistenti senza conoscere sicurezza, manutenzione, dipendenze o conseguenze tecniche.
Perché saper produrre qualcosa non significa saperla comprendere. E non significa neppure saperne valutare la qualità.
Potremmo ritrovarci circondati da persone capaci di costruire cose che non sanno verificare, mantenere o riparare. Un mondo pieno di ponti edificati in una notte da gente che il mattino dopo cerca su ChatGPT la differenza tra una trave e un pilastro.
Anche sul piano professionale le rassicurazioni durano poco.
Fino a qualche mese fa pensavo che, d'accordo, lo sviluppo software sarebbe cambiato completamente, ma nella modellazione 3D avanzata certe competenze sarebbero rimaste indispensabili a lungo. Lavorando anche in quel settore, mi sembrava di possedere almeno una seconda scialuppa.
Naturalmente l’AI ha cominciato subito a imparare a nuotare.
E non posso nemmeno fare finta che l'AI non esista. Se tornassi a lavorare come qualche anno fa, mi troverei davanti dieci junior developer pronti a fare lo stesso lavoro dieci volte meglio e in un decimo del tempo. Sarebbe una scelta molto romantica, e professionalmente simile al presentarsi al Gran Premio con una carrozza.
Stanno arrivando sistemi capaci non solo di generare forme tridimensionali, ma di ragionare sulla geometria, sulla struttura degli oggetti e sulla costruzione di modelli sensati. Non sostituiscono ancora un progettista esperto, ma la direzione è evidente. E, soprattutto, corre.
Eccomi quindi in una situazione surreale.
Da una parte vivo il momento tecnologicamente più entusiasmante della mia vita. Posso immaginare e costruire cose che fino a poco tempo fa sarebbero state fuori dalla mia portata per conoscenza o per tempo.
Dall'altra mi domando cosa succederà quando questa capacità diventerà comune, quando il valore delle competenze cambierà e quando non sarà più indispensabile capire come funziona una cosa per riuscire a costruirla.
E mi chiedo che cosa succederà a noi che abbiamo passato una vita a divertirci proprio nel capire come funzionano le cose.
Mi sembra di essere passato dal programmare un computer al dirigere un'intelligenza capace di programmarlo al posto mio.
È una sensazione fantastica e profondamente inquietante.
Fino a ieri il problema era riuscire a fare quello che immaginavo.
Oggi il problema comincia a essere capire cosa valga ancora la pena fare.
E soprattutto, una volta eliminata quasi tutta la fatica, dove sia finito il gusto.
Nota inevitabile: anche questo articolo è, ahimè, generato con l'AI.